Il tecnico del Taranto, Luigi Panarelli, ha rilasciato la seguente intervista ai colleghi della Gazzetta del Mezzogiorno:

EMERGENZA COVID-19 – Oggi la priorità è la salute. Tutto il resto è secondario. Ma ognuno di noi ha disegnato la propria esistenza inseguendo un sogno, un ideale, una passione. Io vivo di calcio. Pensare al calcio, per me, è naturale. Inevitabile.

I NUMERI – Facile far parlare i numeri. Ho lavorato su un progetto che non era il mio. Ma avevo lasciato delle tracce e da lì sono ripartito, cercando la complicità di tutti. Sono rientrato nel gruppo, portando concetti e valori in cui credo. Abbiamo intrapreso un percorso, lavorando sul fisico e sulla tattica. Non solo quattro vittorie. Anche 13 gol fatti e 1 subito. E soprattutto l’attenzione di tutti verso ciò che proponevo.

IL BARATRO – Col Gravina potevamo fare gol subito: non uno ma quattro. Poi siamo andati sotto su una palla inattiva. Non fu sbagliato l’approccio. A Fasano prima frazione dignitosa. Nella ripresa la squadra è venuta clamorosamente meno e abbiamo perso con merito. Con la Nocerina, prima di soccombere, ci sono i due gol ingiustamente annullati, un palo e diversi salvataggi sulla linea di porta. Insomma, se proprio vogliamo trovare una matrice comune, io la rintraccerei nella mole, davvero considerevole, di episodi negativi.

CASO KOSNIC E SITUAZIONI VARIE – Che era mio dovere salvaguardare l’integrità psicologica del gruppo. Io lavoro sul campo. Il mio pensiero, alla fine, va sempre lì.

IDEA DI SQUADRA INIZIALE – Pensavo fosse una buona squadra composta da ottimi giocatori, non tutti, però, congeniali al progetto vincente che stava alla base. Mancava qualcosa. E sarebbe arrivata a dicembre. Su questo punto col presidente ci fu subito totale convergenza. La pensavamo allo stesso modo.

POST FRANCAVILLA – Esiste, semmai, la partita che mi suggerisce di essere sulla strada giusta. Dopo lo 0-4 di Francavilla in Sinni mi convinco che il Taranto, ritoccato adeguatamente, può vincere il campionato. Poi, però, cominciano gli smottamenti, le frenate, le scollature. Non c’è una data del crollo. Ci sono le tappe di una resa progressiva.

DESTABILIZZAZIONE – Mentre si avvicina il mercato, un ex dirigente va in tv e fa i nomi dei calciatori che non avrebbero più fatto parte del progetto. Commette un errore imperdonabile perché rischia di destabilizzare lo spogliatoio. Così tocca farmi carico delle ansie dei calciatori, raccontando loro la verità. E gli scompensi vengono attutiti.

CASO D’AGOSTINO – A Coverciano ci hanno insegnato che le dimissioni non si danno mai. Questione di etica professionale più che di calcolo economico. Se credi in quello che fai, non lasci le cose a metà. Sull’attacco erano comunque in corso delle valutazioni. Stavamo cercando qualcosa di diverso. Croce, per esempio, chiedeva maggiore minutaggio e io non potevo garantirglielo. Favetta, dopo quell’errore dal dischetto, non era più lui: mi confessò che voleva cambiare aria, non sopportando le pressioni della piazza. L’esclusione di D’Agostino l’ho invece subita. Ero contrario e l’ho detto.

LA COERENZA – Penso di sì. Sono cinque anni che alleno e ho avuto sei-sette spogliatoi da gestire perché dopo ogni mercato cambiano le dinamiche relazionali all’interno di un gruppo, e ho sempre fondato il rapporto sulla correttezza. La offro e la pretendo. Solo così è possibile crescere.

ALLENATORE MODERNO – L’allenatore moderno è chiamato ad evolversi continuamente. Non è più tempo di integralismi. Lavoro su più sistemi di gioco. E sui tanti modi di interpretare una partita condizionata com’è dalle cosiddette variabili esterne: la forza degli avversari, lo stato di forma dei singoli, la strategia da adottare.

DIFETTO DI CRESCITA – Penso che un po’ tutti facciano riferimento alle partite di Gravina e Francavilla, parlo dello scorso campionato. Ma ci si dimentica di tutte le altre partite dove le correzioni, anche robuste, hanno prodotto benefici innegabili. A Gravina, per esempio, riempii la formazione di attaccanti, portando in mezzo al campo i due migliori palleggiatori: D’Agostino e Salatino. Lo scopo era quella di velocizzare i tempi di esecuzione della manovra, nel tentativo di stanare un avversario che si era chiuso. Non fu sufficiente.

LA DIDATTICA – È il passaggio decisivo. Si tratta di trasferire ciò che sai nella testa dei calciatori, partendo dalla postura del corpo che deve essere corretta. Perché se un centrocampista dà le spalle al lato opposto, si preclude una visuale di gioco. Ma la didattica da sola non basta. Un allenatore deve avere personalità. Deve essere percepito come il leader.

MANCANZA DI GIOCO – Rispondo che è falso. Ci sono state prestazioni in cui la bellezza del gioco ha rimandato al Taranto di Dionigi. L’ho letto. Non me lo sto inventando. E partite vinte grazie agli opportuni accorgimenti, ovvero in forza di una lettura corretta. Penso alla partita di Sorrento. Il bel gioco da solo non fa vincere. È la qualità della prestazione che ti avvicina maggiormente alla vittoria. Il bel gioco è un dato soggettivo. Per Klopp è la capacità di arrivare in porta dopo tre passaggi. Per Guardiola è l’esaltazione del possesso palla prima dell’imbucata decisiva. Mi piace allargare le possibilità d’impiego dei calciatori che alleno. Convincerli che possono fare l’una e l’altra cosa. Penso a D’Agostino che non era abituato a curare la fase di non possesso, alla versatilità di Ferrara, a Marino che da interno di centrocampo fa il terzino, a Pelliccia che nasce centrocampista.

IDENTITA’ – È qualcosa che rimanda alla mentalità e all’atteggiamento. Ho avuto la fortuna nella mia carriera di avere allenatori importanti: Mazzone, Mondonico, Gigi Simoni, in ritiro con la Roma ho visto lavorare Capello. A tutti ho rubato qualcosa. Sono stato una spugna. Ora faccio sintesi. Perché col copia e incolla non si fa strada.

CAMBIAMENTO – Serve uno sforzo corale per un processo che, oltre a coinvolgere tutti, deve avere due cardini: l’orgoglio e la progettualità. Dobbiamo dimostrare al mondo che a Taranto valiamo. Mi conforta l’idea che questa fermata generale ci stia fornendo la possibilità di una presa di coscienza individuale. Ripartire sarà come rinascere. Viverla come un’occasione: non ci resta altro.

LA RICONFERMA – Sì, per due ragioni: dare continuità al lavoro svolto e condividere il progetto sin dalla sua stesura. Il calcio è fatto di scelte da indovinare e di tempi da rispettare. Non bisogna, ogni volta, smontare tutto. Occorre continuità programmatica sull’esempio del Chievo di Delneri, della scalata del Sassuolo, dell’Atalanta di Gasperini, della Lazio di Inzaghi. Guardo a quei modelli. E ai miei 100 punti in 52 partite da allenatore del Taranto. Ed è su quella panchina che mi rivedo ancora.