La pazienza di un popolo, quando viene messa troppe volte alla prova, diventa rabbia.

Così, ben si comprende l’ira del tifoso foggiano che, per la seconda volta nel giro di sette anni, dopo la mancata iscrizione del Foggia in Serie C, sarà costretto a seguire la propria squadra nell’oblio del calcio, i dilettanti.

Chiariamoci: la rabbia verso la proprietà, purché non trascenda in violenza, è sentimento comune a tutti i tifosi foggiani. Ci si sarebbe sorpresi di una mancata reazione: l’assenza di rabbia avrebbe significato indifferenza, una delle peggiori mancanze umane.

Tra le manifestazioni di rabbia e protesta, davvero non riusciamo a comprendere quella rivolta al capitano della squadra, Cristian Agnelli.

“Agnelli traditore della Patria”, recita uno striscione comparso nella serata di ieri nel capoluogo dauno.

Cristian Agnelli non ha bisogno di un avvocato e, probabilmente, ne farebbe volentieri a meno. Tuttavia ci sentiamo di difendere l’ormai ex capitano, sperando che questa nostra difesa traballi meno di quella impersonificata da altri calciatori del Foggia.

Agnelli non ha il talento di Modric, né la tecnica di Verratti. Se fosse stato diversamente la sua carriera non si sarebbe snodata tra Serie B (poca) e (tanta) Serie C. Non è nemmeno il giocatore che fa sognare i ragazzini con i suoi dribbling.

Agnelli è foggiano ed è tifoso del Foggia. Ed è vero, non basta essere tifosi del Foggia per ingraziarsi i tifosi: del resto, quest’anno, altri figliol prodighi sono rientrati alla base senza che i risultati siano stati ottimi.

Eppure non ci sentiamo di fare di Agnelli un capro espiatorio. Già, perché l’ormai ex numero 4 rossonero, in sette anni non si è mai allontanato dal senso di appartenenza ai colori dei satanelli, dal senso di etica della fatica. Lo si vedeva dalla voglia che ci metteva quando entrava in campo, da come “ronzava” da una parte all’altra del centrocampo, cercando di dare una mano ai suoi compagni.

Si percepiva la sua voglia di fare del bene sia quando giocava bene, che quando smistava con troppa fretta dei palloni, quando sbagliava la soluzione da adottare, il passaggio od il cross da fare.

Ed era giusto che, come tutta la squadra, si beccasse in silenzio il mormorio ed i fischi del tifoso foggiano. Si è fatto carico delle responsabilità, da ultimo alla Gazzetta dello Sport, nell’intervista di due giorni fa, in cui ha dichiarato: “da capitano, per quanto accaduto sul campo, mi assumo tutte le responsabilità: si sarebbe potuto fare di più, la squadra doveva conquistare la salvezza. E’ stata una stagione dura, paragonabile ad un incubo: non abbiamo alibi e non bisogna cercare giustificazioni”.

Ma non può accertarsi l’abuso della parola “tradimento”, specie se accostata al concetto di “Patria”. Agnelli non è un qualsiasi Badoglio che ha tradito il suo esercito; non ha vilipeso il plotone rossonero, ma l’ha difeso con le sue forze; forze che, per poca generosità della natura, sono inferiori alle potenzialità di altri ex “beniamini” rossoneri, già emigrati verso altri lidi, che evidentemente non garantivano lo stesso impegno.

Al netto delle sue doti da calciatori, che colpa ha Agnelli? Di che peccato si è macchiato? Forse semplicemente quello di aver fatto parte di una truppa troppo debole, incapace di far fronte ad una stagione “da battaglia”,  piene di insidie e di difficoltà, senza mezzi sufficienti a vincerla.

Dalle sconfitte si può e si deve ripartire. Ma con equilibrio di giudizio, per comprendere le cause degli errori. E non ricommetterli più.