LE INTERVISTE DEL CENTENARIO. PUNTATA 4 – U.S. Bitonto Calcio

TI RICORDI… VINCENZO MODESTO?

Dodici mesi, dodici uscite dedicate ai grandi protagonisti della storia calcistica neroverde, il più che meritato e doveroso tributo ad alcuni degli attori indimenticabili che hanno scaldato le domeniche pallonare dei bitontini nell’ultimo cinquantennio, facendoci esultare per un gol, una parata, una giocata in mezzo al campo, un intervento difensivo o semplicemente perché hanno indossato la Nostra maglia davvero con lo spirito dell’indomito Leoncello

Le interviste del Centenario sarà la rubrica che vi terrà compagnia nel corso di questo 2021 che coincide con il compleanno “secolare” del Bitonto Calcio, cento anni attraversati da gioie, dolori, speranze, delusioni, vittorie esaltanti e cadute dolorosissime. Momenti caratterizzati, sempre e comunque, nel bene o nel male, da un comune denominatore: la passione sportiva di una città che non ha mai smesso di lottare e rialzarsi.

Quarto appuntamento dedicato al Figlio del Centro Storico per eccellenza, il capitano di Bitonto del Bitonto idolo e modello di calciatore attaccato a “quella” maglia sia per i tifosi più giovani sia per quelli appartenenti alla generazione loro precedente. Stiamo parlando di Vincenzo Modesto, quasi dieci anni pieni in neroverde (nonostante lui ne abbia solo 32 e giochi ancora a pallone…) e una pesantissima fascia al braccio indossata sempre con fierezza, con un senso di responsabilità che gli ha permesso di gustare, come pochi altri, il dolce sapore della gloria e l’amarezza delle delusioni più cocenti, allo stesso tempo. Ma i matrimoni, si sa, vengono contratti e devono poi essere alimentati “nella gioia e nel dolore”, come il calciatore dal talento cristallino e l’uomo della Città Vecchia sanno benissimo, avendo vissuto tutto e direttamente sulla sua pelle. Di indomabile Leone Neroverde.

“Il BITONTO è per me l’amore di una vita intera, motivo di gioia, orgoglio…ma anche di delusione…Comunque emozioni forti, come può dare solo una vera e infinita storia d’amore”. Pensieri, sentimenti e concetti di Vincenzo Modesto in persona, apparsi di recente sul suo profilo Facebook. Perché? Non possono esserci sempre parole valide, razionali per spiegare certe emozioni o fotogrammi di vita che ti trafiggono mente e cuore senza volerlo, senza saperne talvolta il perché. Appunto… Semplicemente grazie di tutto, Vincenzo. Buona lettura, gente.

Ciao Vincenzo. Il Bitonto Calcio ha ricoperto una fetta molto ampia e profonda non solo della tua vita sportiva, ma anche e soprattutto personale. Ricorda ai nostri lettori le “fasi” che hai trascorso con i colori neroverdi addosso.

“Dopo i miei primi passi calcistici nell’Olimpia, fino ai 14-15 anni, sono andato a Giulianova per una ventina di giorni. La società abruzzese, allora militante in Serie C, era interessata a me a tal punto da volermi inserire nel futuro organico della squadra Primavera, nonostante fossi ancora un ragazzino. Ma arrivò la chiamata del Bari ed io feci l’errore, pur di avvicinarmi a casa e giocare nelle Giovanili della squadra pugliese più prestigiosa per noi della provincia barese, di lasciare il Giulianova dove davvero stravedevano per me e dove avrei potuto fare in tempi brevi il debutto in C. L’esordio a Bitonto l’ho fatto grazie a mister Zunico, stagione 2007-2008 (si era in Serie D e ci si giocava la promozione in C con il Barletta…), poi una breve parentesi a Brindisi e altre due stagioni a seguire a Bitonto, con Ruisi e Pizzulli allenatori. Poi il fallimento e la ripartenza del calcio neroverde dalla Terza Categoria; io, nel frattempo, ebbi una positiva esperienza a Corato (dove Vincenzo ha lavorato con l’attuale allenatore dei leoncelli, Valeriano Loseto, ndr) per poi tornare nella mia città, in Prima Categoria, non mollando più la maglia neroverde fino alla ‘fusione’ con l’Omnia Bitonto”.

Per non parlare dell’onore/onere di aver indossato, da bitontino purosangue, la fascia di capitano della squadra della tua città…

“Indossare quella fascia mi ha dato delle responsabilità difficili da spiegare a parole… Mi ha spinto per anni a dare non il 100% in campo, ma molto di più. Mi ha spinto a motivare i compagni in campo, ma anche e soprattutto a tenere alto il loro morale nei momenti di grandi difficoltà societarie, che non sono mancate in passato… È stato un vero orgoglio, per me giovane bitontino, ma in alcuni momenti è stato anche un grande peso, perché essere il capitano di una squadra quando tutto è comodo e facile non è la stessa cosa di farlo quando la società non ha risorse e, magari, ci sono mensilità arretrate da ‘giustificare’ ai compagni di spogliatoio”.

A tutt’oggi molti tifosi, giovani e meno giovani, vedono in te proprio il capitano ideale della storia recente del pallone cittadino. Secondo te, perché a Bitonto c’è questo attaccamento a Vincenzo Modesto, anche se non sei più un giocatore del Leoncello ormai da tre stagioni?

“Forse perché sono un Figlio del Centro Storico, con una famiglia alle spalle tutta con le radici piantate in questa città. Credo di aver rappresentato e di rappresentare tutt’ora la bitontinità verace, pura e genuina. I miei concittadini che venivano a tifare allo stadio hanno probabilmente visto in me il loro ‘sfogo’, il loro riscatto sociale attraverso il calcio. Conoscendomi, in me avranno sicuramente trovato più un amico o un parente che un calciatore sempre pronto a sacrificarsi per quella maglia con un’etica da professionista, nonostante si giocasse in D, Eccellenza o addirittura Prima Categoria… Sono sempre stato un ragazzo semplice, umile, schivo ma comunque a disposizione di tutti coloro che, in difficoltà, sono venuti a chiedermi qualcosa”.

Altruista e appunto Modesto, il nostro Vincenzo. Di nome e di fatto…

Cosa hai dato, anche fuori dal campo, e cosa hai ricevuto da questa squadra, nei tanti anni in cui vi sei stato dentro, nel suo cuore pulsante?

“Il Bitonto mi ha dato tanto, gioie e dolori. Sono diventato uomo parallelamente alle stagioni di questa squadra, esordendo da ragazzo e indossando la fascia di capitano nemmeno trentenne. Quando sono tornato in Prima Categoria, rifiutando squadre di Eccellenza e Serie D, ho dimostrato anche a me stesso che i colori neroverdi sono per me molto più che semplice sport. Sono infatti una ragione di vita”.

Il momento più difficile e la gioia più grande che hai vissuto in neroverde.

“La gioia più grande è stata senz’altro la conquista del Triplete Campionato di Promozione-Coppa-Supercoppa nella stagione 2013-2014, con mister Di Venere in panchina. Ho anche un quadro a casa con maglia, fascia, foto mia con la Coppa in braccio e medaglia. Da ricordare anche il famoso Barletta – Bitonto di Campionato, stagione 2007-2008, quando mi sono ritrovato a giocare giovanissimo davanti ad un numero di spettatori ed a coreografie mai più viste in seguito, se non a Brindisi, in parte. Tra i momenti più brutti c’è senz’altro la retrocessione con Pizzulli in Eccellenza, dopo un’assurda doppia finale playout contro il Pisticci, ed il successivo fallimento societario”.

Nella scorsa uscita de “Le interviste del Centenario”, proprio Massimo Pizzulli ha ricordato te e Cantatore come i suoi due fedelissimi guerrieri che in quel famigerato Campionato fecero di tutto per salvare una squadra e, soprattutto, una società in enorme difficoltà… Cosa puoi dirci di più in merito a quell’annata ed al tuo rapporto personale con mister Pizzulli?

“Ho condiviso tanto, tutto con i miei compagni di spogliatoio. Da un punto di vista umano, ma anche materiale… Ricordo un mister Pizzulli giovane, alle sue prime esperienze in panchina, pieno di entusiasmo, carico, poi bitontino e neroverde come me. Visto il nostro rapporto e quello che abbiamo condiviso quell’anno, non nascondo che un po’ di delusione c’è stata, quando è tornato a Bitonto per il primo anno di Serie D dopo la fusione Omnia-US. Mi aspettavo una sua chiamata, sì, sono sincero, perché lui sapeva e sa benissimo cosa avrei potuto portare in quello spogliatoio. Poi avrei potuto pure ‘fare panchina’, non importa, perché le scelte tecniche spettano esclusivamente all’allenatore e vanno sempre rispettate, ma Vincenzo Modesto avrebbe potuto solo aiutare Massimo Pizzulli, ne sono strasicuro! Tutto ciò, però, non ha intaccato la stima e l’affetto che nutro sinceramente nei suoi confronti. Non sarà mai un mio nemico, anzi, lo reputo a tutt’oggi uno di quelli che ha sempre tenuto e fatto tanto per il calcio bitontino!”.

La squadra più forte in assoluto nella quale hai avuto il piacere di giocare e qual è la stagione in cui, secondo te, hai militato nel Bitonto più attaccato ai colori della nostra città?

“I giocatori del Bitonto più attaccati ai colori neroverdi con cui ho giocato contemporaneamente sono stati Roselli, Colamorea, Pazienza, Ricciardi, Naglieri, Aloisio e anche tutti quelli con cui ho giocato negli ultimi anni di Eccellenza. Le squadre più forti sono state, secondo me, quelle allenate da Zunico, De Candia e Zinfollino. A tal proposito, vorrei dire che gente come De Santis, Zotti, Buttazzoni, Rana, Laviano, Manzari, Moscelli e tanti altri è stata portata a Bitonto dai presidenti e dalla dirigenza di quella ‘vecchia guardia’ con cui ho condiviso non solo i miei anni più belli, ma anche quelli più duri e difficili. Bisogna, credo, riconoscere anche i loro meriti”.

C’è una persona in particolare a cui sei rimasto particolarmente legato anche dopo la fine del vostro rapporto sportivo in neroverde? Non necessariamente un compagno di spogliatoio, magari un collaboratore, un dirigente, un allenatore o un presidente.

“A parte tutti i calciatori bitontini, a cui sono molto legato, Nicola Roselli è sempre stato per me un punto di riferimento. Anche quando ero io il capitano in campo, mi rivedevo in lui, era lui il mio modello, anzi, vi dirò di più… Fu lui in persona a cedermi la fascia di capitano durante uno degli allenamenti settimanali; era lui quell’anno il capitano scelto, ma decise di cedermi i gradi di capitano, un grande gesto che non dimenticherò mai. Sono rimasto particolarmente legato a Nando Terrone, Francesco Morgese, Emanuele Santoruvo, Vincenzo Cariello, ma sono in contatto con tutti, dopo quasi 10 anni (intensissimi) di Bitonto. Ricordo sempre con estremo piacere anche mister Pettinicchio, colui che mi ha anche reinventato mezzala, con lui c’è stato subito feeling, è stato un uomo vero che mi ha subito capito…”.

Segui sempre le vicende del Bitonto Calcio o hai deciso volutamente di distaccartene un po’?

“Seguo sempre il Bitonto, se pur volessi del tutto distaccarmene un giorno, sono sicuro che non ce la farei… E non ti nego che, anche quando sono stato ‘in partita’ con altre squadre, mi sono sempre informato nello spogliatoio. A fine primo tempo o a partita conclusa, mi è capitato spesso di prendere il cellulare e controllare il risultato del Leoncello…”.

C’è stata o ti aspettavi, negli ultimi anni, una chiamata dall’attuale Dirigenza? Magari per parlare di un tuo futuro ingresso nei quadri societari o, chissà, per dare ancora una mano in campo come calciatore!

“Tutt’ora, da calciatore in attività, mi aspetto sempre una chiamata dalla mia squadra del cuore. Ho ancora 32 anni e i miei anni in Serie D da protagonista sono lì a testimoniare che io quella categoria potrei ancora giocarla… Con la maglia del Bitonto addosso, poi, darei quel qualcosa in più che va oltre la professionalità del calciatore! Da tifoso, sono molto contento che ci sia Rossiello oggi a dare a questa città una concreta speranza di approdo in Serie C. Allo stesso tempo, mi dispiace per la questione stadio che si sta creando, perché si rischia di perdere uno degli ultimi treni per il professionismo… Vorrei però che in questo Bitonto del presidente Rossiello i grandi giocatori vengano a giocarci innanzitutto per il blasone, per il prestigio di questi colori e per il rispetto verso la città, parallelamente alla garanzia di serietà, di solidità che questa società dà a tutti coloro che hanno la fortuna di entrare a farvi parte”.

Secondo te, per augurare al Bitonto Calcio delle prospettive rosee, sarà fondamentale avere il maggior grado possibile di “bitontinità” in squadra e in società o potrebbe questo rappresentare addirittura un freno per le ambizioni (mai nascoste) di professionismo del Presidente Rossiello?

“Ci sono come sempre ‘pro’ e ‘contro’ perché non è più il Calcio di una volta, quando si giocava per la maglia in primis, non nascondiamoci… Sarà sempre più difficile vedere bitontini in squadra, con la crescita delle ambizioni e, mi auguro, delle categorie, però è una cosa che io auguro al Leoncello. Tra squadra e dirigenza, più bitontini saranno coinvolti, meglio è. E poi ci sono e sempre ci saranno ultras e tifosi bitontini a supportare i progetti virtuosi di questa città. Con loro io non ho mai avuto il minimo problema, tutt’ora ho un rapporto eccezionale sia con gli ultras di prima generazione sia con i più giovani”.

Chiudiamo con una domanda secca, a bruciapelo. Quanto ti piacerebbe tornare al “Città degli Ulivi” per respirare di nuovo l’erba e l’atmosfera del tuo stadio del cuore?

“La voglia è tanta, ma serve realismo. Sono tre stagioni ormai che manco dal ‘mio’ stadio e non vedo una partita del Bitonto. Non è facile per me tornarci da esterno… Una volta, Nicola De Santis, uno dei record men di presenze per un bitontino contemporaneo del Bitonto Calcio, mi portò allo stadio ‘a tradimento’; era tutto buio e mi venne da piangere, calpestando quell’erbetta. Mi passò una vita calcistica davanti agli occhi, fu durissima… Non sono pronto forse per tornarci, perché sento di poter ancora giocare sul quel campo e con quei colori addosso. Non sono pronto per fare solo lo spettatore”.